Manifestazioni

I Mistirs

Ultima domenica di agosto

Per settimane la gente si impegna per addobbare angoli e abitazioni.

Da Cantine e soffitte si riscoprono gli strumenti in disuso, oggetti, abiti e corredi. Le frazioni quasi si sfidano nel proporre le animazioni più originali e coinvolgenti, accogliendo gli ospiti con l’allegria e la spontaneità proprie di queste terre.

E ovunque musica, balli e tavole imbandite dei piatti di un tempo preparati secondo le ricette tramandate e perfezionate per generazioni, che fanno da cornice agli abili artigiani impegnati a riprodurre professioni quasi scomparse.


Tutto questo è Mîstirs, il viaggio nella cultura di Paularo tra vecchi mestieri e antiche tradizioni divenuto ormai un appuntamento irrinunciabile per quanti desiderano immergersi per una giornata nella vita di un tempo, riscoprendone la genuinità e la semplicità.



Ed è così che nell’ultimo fine settimana di agosto la Valle d’Incarojo si popola di boscaioli e intagliatori, pastori e casari, fabbri e arrotini, muratori e falegnami i quali, con il loro ingegno, animano le vie e le piazze del paese incantando grandi e piccini.


Già il sabato sera hanno inizio i festeggiamenti con l’inaugurazione in presenza delle autorità e dei rappresentanti delle borgate che sfilano lungo la via principale, con concerti e danze.


Nel primo mattino di domenica invece sono le note della banda al alzare il sipario sulla manifestazione e per tutto il giorno si susseguono senza sosta dimostrazioni, spettacoli ed esposizioni.

A pranzo i locali servono le specialità del posto e nelle bancarelle del fornito mercatino dell’artigianato è possibile acquistare ricordi o prodotti particolari.


Durante il pomeriggio grande successo riscuote la menàde, la fluitazione di tronchi nelle acque del Chiarsò proposta dal gruppo Menàus, che tirnr incollate alle sponde del torrente migliaia di spettatori.

Proseguendo fino a sera, quando il grande ballo sul breâr rallegrato dalla presenza di celebri complessi chiude la giornata con la stessa allegria con la quale è cominciata e tutti, stanchi ma soddisfatti, si danno l’arrivederci all’anno successivo.

 (fonte: Andrea Baschiera da “Sot la Nape” supplemento al n.1/2007)

La Femenate

5 gennaio

Uno degli spettacoli più suggestivi legati alle tradizioni più antiche…
addirittura alle ritualità celtiche legate al fuoco ed alla sua azione vivificatrice e purificatrice, è quello che puntualmente illumina le fredde serate del 5 gennaio.

Fa parte di tutta quella serie di riti epifanici che tra il 5 e 6 gennaio si svolgono dai monti alla pianura in tutto il Friuli, sia pure diversificati per scenari e contorni.

La Femenàte è realizzata sovrapponendo ad una intelaiatura romboidale, sostenuta da una pertica di abete sufficientemente lunga e saldamente piantata nel terreno, fatta con stanghe di abete fissate con chiodi, ramaglie e fogliame secchi.

Il rombo della struttura viene interrotto ad intervalli regolari da pertiche più sottili inchiodate a quella della struttura portante per consentire, il giorno destinato alla festa, di sostenere una grande quantità di fieno, stoppie di granoturco, viticci secchi delle piante di fagiolo, ramaglie secche e tutti i materiali vegetali di scarto lasciati sui campi di raccolta.

L’allestimento della Femenàte viene fatta sul terreno, dopo di che, con il concorso di numerose persone, la struttura è sollevata mediante funi e scale nella posizione verticale.

Ciò avviene prima dell’imbrunire.

Quando il tramonto ha spento i suoi ultimi bagliori in cielo, la popolazione delle borgate si riunisce a cerchio attorno alla Femenàte e resta in attesa che l’incaricato, scelto tra i giovani dell’ultima coscrizione, proceda ad incendiarla con un ramo precedentemente acceso in un fuoco acceso nelle vicinanze.

Mentre le fiamme si propagano salendo al cielo con lingue serpeggianti e rosse, il “vecchio saggio” tenta di leggere negli sciami delle faville che si liberano auspici e previsioni per l’anno nuovo, nel rispetto di un detto che così recita “Se il fum al va a jevant, l’anàde sarà bondant.

Se il fum al va a tramont, cjol il sac e va pal mont” (Se il fumo va verso levante, la nuova annata sarà abbondante, ma se il fumo va a ponente, raccogli il tuo sacco e va in cerca di fortuna).

 

La conca di Paularo di anno in anno si arricchisce nella notte del 5 gennaio di nuovi fuochi epifanici. Infatti alle storiche Femenàtes di Casaso, Misincinis, Don Flor, Cogliat, negli ultimi anni si sono attivate anche quelle di Villafuori, Villamezzo, Collalto, Ravinis , Plamatin e Dierico.

In quest’ultimo paese un testimone della storia corretto e competente come fu Giacomo Fabiani scrive che “non si accendevano fuochi come Paularo e Casaso, ma i ragazzi del paese, specie i più poveri, si portavano all’estremità dei campi (…) per aspergerli con acqua benedetta (…).

Passando poi nelle famiglie, le informavano di avere “trat las lausignes”, chiamavano l’azione propiziatrice sui campi di loro appartenenza e ne ricevevano la ricompensa in generi alimentari”.

A Paularo, Casaso e Cogliat e nelle frazioni, i bambini e i ragazzi, spenta l’ultima favilla e sepolte le braci, con gerla si recano di casa in casa a chiedere la “la farina das Lausignas”, farina, salsicce, salame, formaggio, vino con cui verrà approntata dalle donne del borgo la cena collettiva che chiuderà i festeggiamenti.