• 001

    Menàus

    La filiera del bosco

    Lungo i versanti della valle incisa dal torrente Chiarsò si ha la possibilità di ammirare una serie di magnifici boschi, frutto di un’attenta gestione forestale che si tramanda da secoli. Sono boschi che costituiscono un esempio di selvicoltura naturalistica non solo della Carnia, ma dell’intero territorio regionale. Per i territori montani il bosco è tradizionalmente sinonimo di ricchezza; da esso infatti l’uomo ha sempre ricavato materie prime ed una fonte insostituibile di reddito, utilizzando i suoi prodotti per la costruzione di ricoveri per uomini e animali, attrezzi da lavoro, mezzi di trasporto, combustibile. La figura del boscaiolo assumeva pertanto un ruolo fondamentale nella vita del territorio, conducendo i lavori con capacità, destrezza, ingegno e intuizione. È proprio per conservare la memoria di una delle attività più importanti che ha caratterizzato la Val d’Incaroio, che il gruppo dei Menàus organizza numerose iniziative che mantengono vive le tradizioni e la cultura del territorio.

  • 002

    Boschi di montagna: una sapienza venuta da lontano

    Cenni storici

    Lo sfruttamento dei boschi ha inizio in epoca preromana con l’insediamento delle comunità celtiche stanziali. I celti traevano dal bosco gran parte delle materie prime necessarie alla vita quotidiana ed il combustibile per la lavorazione dei metalli, attività nella quale eccellevano. Successivamente fu la Repubblica di Venezia ad adottare precise politiche forestali per salvaguardare il bosco con un corretto utilizzo delle risorse naturali. L’interesse di Venezia era quello di assicurarsi per prima cosa la sicurezza idrogeologica della laguna e poi garantirsi un costante rifornimento di legname: di quercia, per i cantieri navali; di larice e abete rosso, soprattutto, per creare le piattaforme di tronchi conficcati nella sabbia della laguna per creare le fondamenta su cui costruire gli importanti palazzi e le chiese monumentali. Per regolare le utilizzazioni forestali, difendendo nel contempo i versanti dall’erosione, venne adottato un metodo colturale che, come nei boschi naturali, tendeva ad assicurare la presenza costante sul terreno di alberi di tutte le età. Il prelievo doveva interessare gli alberi più grossi e più vecchi, quelli che nel bosco naturale sono destinati a crollare a terra, e tutte quelle piante più giovani e piccole che, in ogni caso, fossero eccessivamente numerose. L’applicazione di un taglio così complesso richiedeva grande competenza ed intelligenza: nacque così una tradizione forestale che a Paularo è ancor oggi conservata, tanto che i suoi boschi risultano essere fra i più naturali di tutte le Alpi Orientali.

  • 003

    Gli attrezzi e il lavoro

    Prima dell’avvento della motosega (1956) le piante venivano abbattute con l’accetta (manârie) e con il segone (seòn). Seguivano poi le operazioni di sramatura, il taglio dei monconi di ramo sui tronchi, la sezionatura, la scortecciatura e l’arrotondamento delle testate dei tronchi. Quando tutto il lotto era ultimato, si procedeva al concentramento del legname, usando degli attrezzi con un uncino di ferro chiamati sapìns. A quel punto il legname era pronto per essere trasportato fuori dal bosco, attraverso vie di comunicazione primarie, e quindi alle segherie dove subiva le prime lavorazioni.

  • 004

    Il trasporto del legname

     

     

     

    Il trasporto del legname, ha conosciuto una continua evoluzione nel tempo; se anticamente si procedeva tramite la soma, la slitta, o il traino animale, successivamente si cominciò a sfruttare lo scivolamento dei tronchi lungo gli avvallamenti naturali. Talvolta per facilitare il trasporto si utilizzava la “lisce”, una vera e propria pista costruita con tronchi uniti fra di loro, lungo la quale veniva fatto scivolare il legname. La “lisce” veniva solitamente bagnata per facilitare lo scorrimento. Ove possibile, si accompagnavano i tronchi lungo i corsi d’acqua, con successivo recupero nei punti di lavorazione o di vendita. Il legname quindi poteva anche essere raccolto in zattere e procedere la fluitazione verso il mare. Quest’ultimo metodo di trasporto era utilizzato soprattutto in primavera, quando la portata dei torrenti era massima per lo scioglimento delle nevi e per le abbondanti piogge.

  • 005

    La tecnica delle "stùe"


    La tecnica della fluitazione venne notevolmente perfezionata nel periodo veneziano. Dove le portate d’acqua non erano sufficienti, per il trasporto a valle dei tronchi venivano realizzati, sul torrente Chiarsò e sui suoi affluenti, degli sbarramenti artificiali chiamati “stùe”, che creavano grandi invasi d’acqua. All’interno della stùa i menàus accumulavano il legname; successivamente la masse d’acqua veniva rilasciata e in breve tempo trasportava a valle grandi masse di legname. Per il recupero dei tronchi a valle, veniva costruita una linea di cavalletti, disposti diagonalmente al flusso dell’acqua. Tali cavalletti a treppiede servivano ad ancorare alcune file di stanghe contro le quali il legname andava a sbattere e deviando si arenava. Con l’aiuto del “sapìn” e dell’”anghîr” (un lungo bastone di legno dalla punta di ferro), i tronchi venivano quindi tirati verso il punto di raccolta. Tutte le operazioni lungo il tragitto venivano attentamente sorvegliate dai menàus. Particolare importanza aveva il “menàu di cale”, che veniva calato dai compagni di lavoro con una fune nelle forre per disincagliare i tronchi. Il ruolo era estremamente pericoloso e gli incidenti erano frequenti (14 i morti, il primo nel 1637, l’ultimo nel 1954).



    La stùe di Ramàz

    La stùe principale di tutta la vallata, che i progetti e gli atti d’archivio fanno risalire ai primi decenni del secolo XVII, era un’imponente costruzione di tronchi che sbarrava il corso del torrente Chiarsò in una strettoia naturale con pareti rocciose, creando un invaso dalla capacità massima di 40-50mila mc d’acqua. Nei mesi primaverili la maggiore portata del Chiarsò consentiva di effettuare il trasporto del legname anche più volte nel corso della giornata. La stùe di Ramaz è rimasta in attività fino alla prima metà del secolo scorso, quando è stata sostituita nella sua funzione dagli autocarri.

     




    Nelle foto in alto (in senso orario):
    Cavalletti a treppiede per deviare i tronchi trasportati Stùe di Ramaz
    Menàus al lavoro con sapìn e anghîr

  • 006

    La teleferica


    Nelle zone dove non era possibile il trasporto tramite fluitazione, venivano utilizzate delle teleferiche, infrastrutture aeree costituite da più funi in acciaio che sfruttano la gravità per imprimere il moto ai carichi. La costruzione degli impianti, che restavano in funzione anche per diversi anni, coinvolgeva tutta la comunità. I carichi viaggiavano sospesi su due distinte funi portanti di diametro diverso, rispettivamente per i carrelli carichi e per i carrelli scarichi. Le teleferiche, gestite da personale altamente specializzato, trasportavano il legname dai boschi a monte fino a fondovalle utilizzando solamente la forza di gravità: sono state il sistema di esbosco più diffuso dagli anni ’20 al 1994 quando ha cessato il funzionamento l’ultima teleferica del Friuli Venezia Giulia sulla tratta Griffon-Dierico.

  • 007

    Il Casòn


    La viabilità forestale limitata e l’assenza dei moderni mezzi fuoristrada rendeva spesso impossibile per i menàus rientrare a casa per la notte. Per questo venivano costruiti i “casòn”, ricoveri in tronchi, muschio e fango con pavimento di lastre di pietra e tetto coperto di scandole di legno preparate dagli stessi boscaioli. I menàus, dopo una lunga e faticosa giornata lavorativa, si riunivano nel casòn per mangiare e recuperare le forze. I casons offrivano giacigli di rami di abete bianco, la “fughère” (un focolare in pietra) e l’”aip” (un tronco cavo per lavare le stoviglie). Per garantire il buon funzionamento del “casòn”, e di conseguenza del lavoro dei menàus, venivano individuati al suo interno precisi ruoli e responsabilità, tra i quali quella del “côgo”, che doveva cuocere i pasti per tutta la squadra, e dello “scotòn”, che assicurava il rifornimento d’acqua e la distribuiva ai boscaioli con il “pucˇ ”, un piccolo barile in legno. Di norma i boscaioli ritornavano alle proprie abitazioni solamente il sabato pomeriggio e rientravano al “casòn” la domenica sera. I titolari delle ditte boschivi obbligavano i dipendenti a raggiungere la sede di lavoro la domenica in modo da essere meno stanchi il lunedì mattina.

  • 008

    Noste taiâ
    l’arbul ca cji à
    parâ da ploie.


    “Non tagliare
    l’albero che ti ha
    riparato dalla pioggia”